ll comparto delle costruzioni continua a rappresentare uno degli snodi essenziali dell’economia nazionale. Lo è per il peso diretto che esercita su occupazione, investimenti e produzione industriale; lo è, soprattutto, per la sua capacità di trasformare risorse pubbliche e private in infrastrutture, rigenerazione urbana, sicurezza del territorio, manutenzione del patrimonio esistente e opere necessarie alla competitività del Paese. In altre parole: genera valore.
Per questa ragione, ogni rallentamento del settore edilizio è un fenomeno che interessa tutti noi, partendo dalle imprese di costruzione, propagandosi lungo una filiera ampia, fatta di materiali, tecnologie, progettazione, distribuzione, logistica, servizi specialistici e manodopera qualificata.
Le ultime previsioni Istat, richiamate nei giorni scorsi da Federcepicostruzioni, descrivono un quadro nazionale ancora debole. Dopo il +0,7% registrato nel 2024, il Pil italiano è atteso in crescita dello 0,5% nel 2025 e dello 0,8% nel 2026. Numeri contenuti, che difficilmente possono sostenere una lettura rassicurante del ciclo economico, soprattutto se confrontati con le esigenze di investimento che il Paese continua ad avere sul fronte infrastrutturale, ambientale e abitativo.
Per la federazione nazionale delle costruzioni, il dato conferma una fragilità di fondo. La spinta degli investimenti, pur rilevante, non è sufficiente se non si traduce in una programmazione stabile, in cantieri effettivamente completati e in una continuità operativa capace di superare la fase straordinaria legata al PNRR. Nel 2025 il comparto continua infatti a essere sostenuto soprattutto dai lavori pubblici e dagli interventi connessi al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ma la questione centrale riguarda ciò che accadrà quando questa accelerazione eccezionale verrà meno. E stiamo parlando di oggi.
Il settore, secondo la lettura di Federcepicostruzioni, regge ancora grazie alla domanda pubblica e alla componente non residenziale, mentre l’edilizia abitativa mostra segnali di maggiore debolezza. Il ridimensionamento degli incentivi e un contesto meno favorevole all’investimento privato hanno indebolito una parte del mercato che, negli anni precedenti, aveva contribuito in modo significativo alla tenuta del comparto. Ne deriva un equilibrio esposto, nel quale la crescita dipende in larga misura dalla capacità dello Stato e delle amministrazioni di mantenere aperto e funzionante il circuito delle opere pubbliche.
La fase finale del PNRR diventa dunque decisiva. La documentazione parlamentare conferma che il Piano sta ancora sostenendo una parte importante del sistema dei cantieri, ma evidenzia anche la necessità di completare nei tempi previsti una mole significativa di attività e pagamenti. E su questo passaggio Federcepicostruzioni concentra la sua attenzione in un appello che sostiene che non basta avviare nuovi lavori, se poi l’esecuzione rallenta, i pagamenti non seguono con sufficiente rapidità o la filiera non viene messa nelle condizioni di programmare risorse, forniture e organizzazione produttiva.
“L’Italia non può accontentarsi di una crescita così debole – dichiara Antonio Lombardi, presidente nazionale di Federcepicostruzioni -. Le costruzioni hanno dimostrato di poter trainare l’economia, ma senza regole certe, pagamenti rapidi e una programmazione stabile il rischio è che la stagione positiva si interrompa proprio quando il Paese avrebbe più bisogno di investimenti e cantieri aperti”.
Il tema, quindi, non riguarda soltanto l’apertura dei cantieri, ma la loro continuità. In un settore caratterizzato da margini spesso compressi, forte esposizione finanziaria, tempi autorizzativi complessi e catene di fornitura articolate, l’incertezza rappresenta un costo industriale prima ancora che amministrativo. Programmare male significa rallentare le opere, irrigidire le imprese, indebolire l’occupazione e rendere più difficile la trasformazione degli investimenti in crescita reale.

















