giovedì, Luglio 16, 2026

Calcestruzzo “bioattivo” sperimentato dalla UPenn: miscela derivata da microalghe fossili eccelle nella cattura di CO2

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Un team interdisciplinare dell’Università della Pennsylvania sviluppa una miscela cementizia innovativa per la stampa in 3D che unisce ispirazione biologica, ottimizzazione strutturale e sostenibilità ambientale.

Nel tentativo di riconciliare il ruolo strutturale imprescindibile del calcestruzzo con l’urgenza climatica globale – ricordiamo come il materiale sia il secondo al mondo, dopo l’acqua, ad essere consumato ed il primo tra i materiali artificiali – la ricerca scientifica torna a indagare la materia prima delle costruzioni da una prospettiva radicalmente nuova: quella della bioattività.

È in questo orizzonte che si colloca l’ultimo studio dell’Università della Pennsylvania, condotto da un team capitanato dai co-autori Shu Yang, docente di scienza dei materiali e Masoud Akbarzadeh, che ha dato origine a un composto cementizio poroso, alleggerito e in grado di assorbire fino al 142% di anidride carbonica in più rispetto alle formulazioni convenzionali.

Calcestruzzo bioattivo cattura CO2
Shu Yang’s 3D Concrete Printing Lab.

Il materiale, stampabile in 3D, nasce da un connubio tra geometrie matematiche, ispirazioni naturali e una miscela a base di diatomite, una terra silicea derivata da microalghe fossili. L’elemento chiave di questa innovazione è infatti proprio la diatomaceous earth: una “farina” microgranulare, ad elevata porosità, normalmente impiegata come filtrante o additivo agricolo, che qui viene ripensata come costituente attivo di una matrice cementizia.

La sua struttura microscopica, spugnosa e ad alta superficie specifica, si è rivelata cruciale per ottenere una stabilità meccanica in fase di stampa e una capacità intrinseca di intrappolare CO2, anche in assenza di trattamenti superficiali. In combinazione con sistemi leganti ottimizzati, la nuova miscela ha dimostrato di mantenere resistenze a compressione comparabili a quelle dei calcestruzzi ordinari, pur riducendo sensibilmente l’apporto di cemento Portland.

Calcestruzzo bioattivo cattura CO2

Strutture TPMS: dall’analisi differenziale alle applicazioni strutturali

A rendere ancora più sofisticato il comportamento del materiale è la geometria: il team ha adottato le cosiddette superfici minime triplicemente periodiche (TPMS – Triply Periodic Minimal Surfaces), forme che si ritrovano nei coralli, nei sistemi ossei o nelle formazioni reticolari marine. Queste strutture, pur matematicamente complesse, risultano eccezionalmente efficienti in termini strutturali, garantendo, stando ai risultati ottenuti dal team di ricerca, rigidità elevata a fronte di un impiego minimo di materiale, e consentendo al tempo stesso un’eccellente diffusione dei gas all’interno della matrice. Non a caso, i ricercatori hanno riscontrato che, oltre a un 30% di ulteriore conversione di CO2, queste geometrie migliorano nel tempo anche la resistenza meccanica, invertendo il classico trade-off tra porosità e prestazioni.

Calcestruzzo bioattivo cattura CO2
Masoud Akbarzadeh Pennovation Concrete Printing Lab

 “Siamo riusciti a ridurre l’uso di materiale del 78%, mantenendo comunque la capacità portante”, ha affermato Akbarzadeh. I cubi di calcestruzzo stampati mantenevano il 90% della resistenza delle versioni solide, con un aumento del 515% nel rapporto superficie/volume.

Verso applicazioni architettoniche e marine

La stampabilità 3D di questa miscela bioattiva consente una personalizzazione architettonica “spinta”, rendendola idonea alla produzione di pannelli prefabbricati, elementi di facciata, pavimentazioni alveolari e schermature leggere. Così il team di ricerca ha proceduto con alcuni test, condotti in laboratorio, che hanno dimostrato una resistenza a compressione superiore al 90% rispetto al calcestruzzo “pieno”, ma con una massa inferiore e un’impronta di carbonio ridotta. Inoltre, il materiale si presta a combinazioni con leganti alternativi al cemento Portland, come i sistemi a base di magnesio o le soluzioni alcaline attivate, aprendo la strada a una piattaforma integrata per la decarbonizzazione dell’ambiente costruito.

Tra gli scenari esplorati, i ricercatori menzionano anche possibili impieghi in ambito marino: grazie alla composizione silicea, compatibile con gli ecosistemi acquatici, si ipotizzano sviluppi nell’ambito dei frangiflutti bio-ispirati, delle piattaforme artificiali per la rigenerazione corallina o delle infrastrutture costiere resilienti.

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