“Misery loves company”, direbbero gli anglosassoni: quando le cose vanno male, consola almeno l’idea di non essere soli. Una consolazione relativa, però, specie se la ragione non è esattamente edificante, come in questo caso. L’Italia si trova così sì in compagnia, con una nutrita schiera di altri 18 Paesi dell’Unione europea – tra cui Francia e Germania – ma la notizia di questa improvvisa solidarietà continentale non è certamente virtuosa.
Bruxelles ha infatti avviato una procedura di infrazione contro gli Stati membri che non hanno rispettato la scadenza del 31 dicembre 2025 per la presentazione della prima bozza del Piano nazionale di ristrutturazione edilizia, uno degli strumenti chiave previsti dalla direttiva europea sulle cosiddette “case green”.
La Commissione europea ha inviato alle capitali coinvolte una lettera di costituzione in mora, primo passo formale dell’iter di infrazione. Gli Stati hanno ora due mesi di tempo per fornire una risposta ritenuta soddisfacente; in caso contrario, Bruxelles potrà proseguire con le fasi successive della procedura.
La tabella di marcia della direttiva
La direttiva sulla prestazione energetica degli edifici – entrata in vigore nel 2024 – disegna una traiettoria precisa per la decarbonizzazione del patrimonio immobiliare europeo entro il 2050. Il comparto edilizio, del resto, pesa in modo significativo sul bilancio energetico del continente, essendo responsabile di circa il 38% delle emissioni di gas serra e di oltre la metà dei consumi di gas naturale.
Proprio per questo motivo la normativa comunitaria prevede che ogni Stato membro elabori un Piano nazionale di ristrutturazione edilizia, documento strategico chiamato a delineare la trasformazione progressiva degli edifici verso standard di efficienza energetica sempre più elevati.
La prima tappa del percorso era fissata al 31 dicembre 2025, data entro la quale i Ventisette avrebbero dovuto trasmettere a Bruxelles una bozza preliminare del piano, destinata a successiva valutazione in Commissione e successivamente affinata in una versione definitiva da presentare entro fine 2026.
Il documento richiesto dall’Unione deve includere una mappatura dettagliata del patrimonio edilizio nazionale, obiettivi intermedi al 2030, 2040 e 2050, un quadro delle politiche pubbliche e delle misure operative previste e, soprattutto, una stima delle risorse finanziarie necessarie per sostenere la trasformazione energetica degli edifici.
Il nodo del patrimonio edilizio italiano
Se il ritardo nella presentazione della bozza accomuna diversi Paesi europei, per l’Italia la questione assume una dimensione particolarmente delicata. Il motivo è semplice: il nostro patrimonio immobiliare è tra i più vecchi d’Europa.
Secondo i dati più recenti resi noti da Ance, il 74% degli edifici residenziali italiani è stato costruito prima del 1980, quindi oltre quarant’anni fa. Su circa 12,4 milioni di edifici, quasi il 44% rientra nelle classi energetiche più basse, le categorie F e G della certificazione energetica. In termini assoluti si tratta di oltre 5 milioni di edifici caratterizzati da prestazioni energetiche particolarmente inefficienti.
La direttiva europea impone che almeno il 55% del risparmio energetico complessivo derivi proprio dalla riqualificazione degli immobili con le peggiori performance. Nel caso italiano, questo significa intervenire progressivamente su una quota significativa del patrimonio edilizio esistente.
Gli obiettivi fissati a livello europeo prevedono una riduzione dei consumi energetici del 16% entro il 2030 e compresa tra il 20 e il 22% entro il 2035, mentre per gli edifici di nuova costruzione l’obbligo sarà quello di essere a emissioni zero dal 2030 (anticipato al 2028 per gli edifici pubblici).
Un percorso ancora da definire
Nel caso italiano, il processo di recepimento della direttiva è iniziato solo nel febbraio scorso, nonostante il provvedimento europeo sia entrato in vigore nel 2024. L’Italia, peraltro, era stata tra i pochi Paesi – insieme all’Ungheria – a votare contro il testo finale della direttiva durante l’iter europeo.
Ora il governo dovrà tradurre gli obiettivi comunitari in misure operative nazionali, definendo il quadro normativo e gli strumenti economici che dovranno sostenere la riqualificazione energetica degli edifici.
Il nodo centrale resta quello dei meccanismi di finanziamento. Gli interventi necessari comportano infatti investimenti significativi: secondo stime dell’Associazione nazionale costruttori edili, la riqualificazione energetica di un condominio potrebbe richiedere circa 450 mila euro, pari a una media di 60 mila euro per unità immobiliare, mentre per abitazioni unifamiliari la spesa potrebbe oscillare tra 80 e 90 mila euro.
Cifre che rendono evidente quanto la sostenibilità della transizione energetica non sia solo una questione ambientale, ma anche economica e sociale.
Tra incentivi e sostenibilità economica
Il Governo ha già prorogato alcune agevolazioni fiscali per la riqualificazione energetica, mantenendo Bonus Casa ed Ecobonus al 50% fino al 2026, con una progressiva riduzione negli anni successivi. Resta però aperta la questione di quale architettura di incentivi sarà in grado di sostenere un percorso di riqualificazione così ampio, evitando al tempo stesso le distorsioni che hanno caratterizzato stagioni recenti di politiche edilizie.
L’obiettivo europeo di edifici a emissioni zero entro il 2050 resta, almeno sulla carta, chiaro e ambizioso. Ma il percorso per arrivarci sembra ancora tutto da costruire. Quel che è certo è che la transizione energetica del patrimonio edilizio richiede tempi certi, risorse adeguate, incentivi sostenibili per le famiglie che si trovano a dover sborsare cifre importanti per adeguare le proprie abitazioni e una strategia nazionale finalmente definita.




















