Genova, tre anni dopo. Quel ponte da non dimenticare

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A volte, le parole si possono trovare dentro di noi, oppure altrove. Succede, quando gli eventi e il dolore sono più grandi della vita stessa, di non riuscire a esprimere un pensiero compiuto su tutto ciò che è accaduto. Soprattutto in un fatto così tragico e rivelatore, e propulsivo come quello del crollo del Ponte Morandi a Genova, di cui è ricorso in questo Ferragosto il terzo anniversario. Noi abbiamo trovato una sintesi mirabile nelle parole scritte sul Giornale di Brescia per commemorare le vittime e ricordare ancora un’Italia fragile che non deve più aprire il varco alle proprie debolezze istituzionali e infrastrutturali. Ne riportiamo alcuni brani, per gentile concessione, ricordando per sempre una storia che deve essere monito di ragione e responsabilità future, prima ancora che di retoriche e di speranza.

“La pioggia incessante, il temporale, all’improvviso un boato sordo e una nuvola di fumo che si alza da terra. Quando si dissolve sono solo macerie, lamiere, urla disperate, distruzione e morte. Tre anni fa, alle 11,36 della vigilia di Ferragosto, il viadotto Polcevera dell’autostrada A10, noto a tutti come ponte Morandi dal nome dell’ingegnere che lo progettò, crolla sotto il peso dell’incuria. Durante una tempesta che imperversa sulla città la pila numero 9, che sovrasta via Perlasca sulla sponda sinistra del torrente, collassa insieme agli stralli e si porta dietro circa 200 metri di impalcato che precipitano da 45 metri d’altezza nell’alveo, sulla strada e sulle strutture sottostanti. Il bilancio finale è di 43 vittime, la maggior parte persone che transitavano sul tratto interessato, e 11 feriti. Per il pericolo di ulteriori cedimenti vengono sfollate nel giro di poche ore 566 persone dai palazzi sotto la pila 10: non rientreranno mai più nelle loro case, se non per recuperare i propri beni.


Per Genova è l’inizio di un’altra catastrofe, urbanistica, trasportistica ed economica. Il ponte Morandi rappresenta il tratto iniziale dell’autostrada A10, la connessione tra il cuore pulsante della città e il Ponente, percorso ogni giorno da 73.000 mezzi leggeri e pesanti. La Valpolcevera, in passato una delle zone più industrializzate del capoluogo ligure, è di fatto tagliata in due. Intorno ai monconi del viadotto viene istituita una zona rossa che rimarrà invalicabile per diverse settimane.
Il 15 agosto il governo dichiara subito lo stato d’emergenza che successivamente verrà prorogato per altri tre anni. Dopo un lungo dibattito sul destino del ponte, finito di costruire nel 1967 e simbolo architettonico del boom economico, si decide di demolirlo e ricostruirlo integralmente. Per accelerare le procedure il governo Conte vara il decreto Genova che introduce numerose semplificazioni amministrative e mette tutto nelle mani di un super-commissario dotato di poteri straordinari: il sindaco Marco Bucci.

È il fondamento di ciò che in seguito verrà chiamato “modello Genova” ed è la base giuridica di tutti gli indennizzi riconosciuti per l’emergenza. Due consorzi si aggiudicano la partita, da cui viene esclusa la società Autostrade: quello dei demolitori (Fagioli, Omini, Ipe Progetti, Ireos) e quello dei costruttori (WeBuild, Fincantieri, Italferr) che prenderà il nome “Per Genova”.


Il 28 giugno 2019, con un’esplosione controllata ad alto impatto scenografico, vengono abbattute le pile 10 e 11 rimaste in piedi dopo lo smontaggio meccanico del resto della struttura. È la chiusura di un’epoca. Nel frattempo emerge chiaramente che il ponte Morandi era un malato terminale e che molti lo sapevano.
È quanto risulta dalla maxi inchiesta coordinata dal procuratore capo di Genova Francesco Cozzi e chiusa dopo quasi due anni con 69 indagati oltre alle due società Autostrade per l’Italia e Spea Engineering, responsabile delle manutenzioni.


Al posto del ponte Morandi oggi c’è un nuovo viadotto, intitolato «Genova San Giorgio» e inaugurato poco più di un anno fa, il 3 agosto 2020, costruito in soli dieci mesi e pagato 450 milioni da Autostrade. Progettato da Renzo Piano e realizzato da oltre mille lavoratori, resistito anche alle difficoltà della pandemia, è un gioiello di efficienza, sicurezza e tecnologia.
Ma Genova, a tre anni dalla tragedia, deve fare i conti coi disagi provocati dagli infiniti cantieri aperti sulle autostrade per la messa in sicurezza di gallerie e viadotti. Una situazione drammatica, figlia di anni di mancate manutenzioni e omessi controlli, messi in luce proprio dalle inchieste parallele scaturite da quella sul crollo. Anche per questo Genova e non dimentica e cinque giorni fa, alle 11,36, ancora una volta si è fermata per ricordare”.