Grido di allarme Assofond: fonderie senza materie prime

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Le difficoltà attuali non sono un fenomeno improvviso, né per le fonderie né per altri settori industriali. Roberto Ariotti, presidente di Assofond, l’associazione di Confindustria che rappresenta le fonderie italiane, così descrive la situazione di un settore che, in Italia, conta oltre 1.000 imprese, fattura circa 6 miliardi di euro e impiega quasi 30.000 addetti. «La materia prima è poca, e quel poco che c’è viene venduto a prezzi folli al miglior offerente, che in questo momento si trova in Cina o negli USA. Noi, che non possiamo permetterci di assorbire rincari che nel migliore dei casi hanno superato il 60%, veniamo riforniti con quantità contingentate e senza la possibilità di fare scorte. La situazione è preoccupante e non posso escludere a priori la prospettiva di una fermata».

«La situazione nelle ultime settimane – prosegue Ariotti – si è fatta veramente drammatica, e questo paradossalmente in un momento in cui di lavoro ce ne sarebbe eccome: stiamo marciando a buon ritmo e la maggior parte delle imprese associate segnala un incremento delle commesse, nonché la produzione di nuovi modelli e l’acquisizione di nuovi clienti. Il problema, però, sono gli approvvigionamenti, al punto che le nostre previsioni, che solo poche settimane fa lasciavano prevedere un recupero di quanto perso nel 2020 già a fine 2021, potrebbero venire disattese».

Con i primi lockdown della primavera 2020 la produzione di materie prime – e per le fonderie si parla principalmente di ghisa in pani e alluminio – si è contratta notevolmente. Allo stesso modo, il rallentamento dell’attività dell’industria metalmeccanica e di quella dei mezzi di trasporto ha ridotto drasticamente anche la disponibilità di rottame, che è l’altra principale materia prima per le imprese del settore, il cui processo produttivo rappresenta un efficiente e moderno esempio di economia circolare, perché realizza nuovi prodotti riciclando scarti metallici. «Dopo la prima ondata della pandemia – sottolinea Ariotti – è iniziata l’inversione di tendenza: durante la scorsa estate la manifattura di Cina e USA è ripartita a pieno ritmo, facendo incetta di quel poco materiale allora disponibile. Quando anche noi, così come gli altri Paesi europei, abbiamo agganciato la ripresa, la domanda ha superato di gran lunga l’offerta e si è così avviata una spirale che ha portato a una crescita fuori controllo dei prezzi».

Dai minimi del 2020, raggiunti fra luglio e agosto, il rottame per fonderia è cresciuto mediamente del +60%, con quotazioni che oggi oscillano fra 450 e i 500 euro/tonnellata in funzione di categoria e standard qualitativi, vale a dire tra 170 e 200 euro/tonnellata in più rispetto ai prezzi medi di un anno fa. La dinamica delle ghise in pani riflette quella dei rottami. Qui gli aumenti partono dal +60% (+230 euro/tonnellata) per le ghise ematite e per sferoidale, e sfiora il +90% (+280 euro/tonnellata) nel caso della ghisa d’affinazione. Parlando invece di metalli non ferrosi, il prezzo cash medio mensile dell’alluminio primario quotato al LME (London Metal Exchange), dai minimi della primavera 2020 in un anno è aumentato del 60% (da circa 1.450 dollari/tonnellata a oltre 2.300 dollari/tonnellata). L’alluminio secondario ha avuto una dinamica ancora più esplosiva, sfiorando il 90% di incremento in un anno. Infine, anche gli altri materiali necessari alle fonderie, come ferroleghe, sabbie o leganti stanno facendo segnare rincari a doppia cifra.

«Il materiale – puntualizza ancora Ariotti – è sempre meno, i prezzi sono alle stelle e i commercianti lo vendono ovviamente al miglior offerente. Che però non possiamo essere noi. Le fonderie italiane sono per lo più delle PMI che offrono prodotti e know-how ai colossi delle più importanti filiere della metalmeccanica: dalle case automobilistiche, ai grandi gruppi produttori di energia, ai giganti delle costruzioni e così via. A questi grandi clienti assicuriamo qualità, sostenibilità e soprattutto garanzia di continuità delle forniture, cosa che i concorrenti extra europei non possono fare nel contesto attuale. Credo che la priorità, oggi, debba essere questa, più che la ricerca a tutti i costi del prezzo più basso. Per un po’ abbiamo assorbito i rincari, ma farlo ancora è impossibile e non è più pensabile che non ci sia un effetto sui prezzi dei nostri prodotti. Oltre questo punto non possiamo andare, pena lavorare in perdita. Non lo possiamo e non lo vogliamo fare».

Le fonderie realizzano prodotti intermedi destinati a un mercato molto ampio. Fra i settori che utilizzano prodotti di fonderia si annoverano l’automotive, la meccanica, la produzione di energia elettrica, il settore estrattivo, l’edilizia, l’industria aerospaziale solo per citare i principali. Un fermo produttivo delle fonderie porterebbe quindi a conseguenze importanti sulle principali filiere manifatturiere del nostro Paese. «Ma c’è di più – conclude Ariotti. Le fonderie sono anche un anello chiave per la transizione a un’economia più sostenibile: è nelle fonderie, infatti, che vengono prodotti componenti chiave per realizzare pale eoliche, centrali idroelettriche, automobili sempre più leggere e dalle ridotte emissioni. Senza i nostri prodotti, la decarbonizzazione dei principali settori industriali che l’Europa vuole è impossibile. E non è così facile sostituirci: le fonderie europee operano ai più alti livelli di sostenibilità e possiedono un know-how e una capacità di fare ricerca che in altri Paesi non esiste. Questo patrimonio immateriale di conoscenza deve però esserci riconosciuto dalle industrie committenti, che invece troppo spesso non considerano questo aspetto, facendo leva nelle trattative sulla disponibilità di fusioni a basso costo che arrivano dall’oriente. Ma oggi va detto che acquistare all’estero risulta sempre meno conveniente a causa dei costi di trasporto, e che la qualità e la capacità di rispondere alle esigenze del cliente con tempestività che abbiamo noi non è così facile da trovare altrove».